Thursday, December 29, 2005

 

c'erano una volta socialisti e comunisti





Regole di matematica politica
della sinistra moralista e girotondina sulla questione morale :
* Se c'é una mela marcia negli avversari di centro destra (Previti?) tutto il centro destra è marcio.
* Se c'è una mela marcia nella sinistra (Consorte?) la questione morale riguarda solo quella perchè la sinistra è pura per definizione.
* A qualunque obiezione verso la 'sinistra' ex leninista tirar fuori Berlusconi ed usarlo come bastone per colpire l'interlocutore. E chi la fa è distrutto. Come al tempo dei famosi scadenti varietà degli anni '40, quando mancavano gli applausi, si tirava fuori la bandiera italiana, e si cantava l'inno del Piave, e tutto finiva in trionfo.
(









il declino
dal 1946 al 2006


Socialismo, socialisti evoca una storia di utopisti romantici che credevano e lottavano per un mondo migliore. I primi a diffondere quell'ideale furono i medici condotti della pianura padana che visitando sperduti casolari di contadini (di fronte a quella miseria spesso neppure si facevano pagare), i maestrini che insegnavano nelle scuole popolari delle campagne; si resero conto come fosse atroce l'ingiustizia verso chi lavorava duro e produceva la ricchezza della nazione. Nacquero le prime Mutue di reciproca assistenza e germinò il movimento socialista di Prampolini, Treves, Turati.
A Genova i portuali elessero il primo parlamentare socialista, Pietro Chiesa, e, per mandarlo alle sedute della Camera a Roma facevano la colletta sulle banchine non essendo né pagati né rimborsati gli eletti del popolo. Poi -qui da noi, ma non negli altri paesi occidentali- il nostro congenito massimalismo generò con la scissione di Livorno il maligno tumore comunista nel PCI.
Criminalizzando il riformismo di filippo Turati, bollando come tradimento il compromesso, la collaborazione governativa sostenedo Giolitti; per il Re Sciaboletta si concretizzò la svolta verso i fasci prendendo sul serio la commedia della 'marcia su Roma' del pavido Mussolini al sicuro a Milano a vedere come si mettevano le cose. Consegnandogli infine l'Italia nelle mani. Neppure il delitto di Giacomo Matteotti riuscì a mettere d'accordo comunisti e socialisti.
La cronaca di ieri ci dice (ed è raccontato nel mio libro lincabile no profit dal sito La voce socialista: http://socialisti.brinkster.net/Socialisti%20genovesi.pdf) come Togliatti e la metastasi comunista si impose al socialismo democratico di cultura occidentale, anti bolscevico e anti leninista. Dopo la Liberazione, un Pietro Nenni ottuso perseverò l'alleanza succube col PCI lasciandosi irretire nell'orbita sovietica e fagocitare ogni costruzione già del PSI: sindacato, camere del lavoro, cooperative; rese cinghie di trasmissione al partito-chiesa settario e prepotente. Dal 1948 in poi soltanto Giuseppe Saragat alimentò la fiammella del socialismo democratico, fino al ravvedimento di Nenni dopo la Rivolta di Ungheria del 1956. Allora ribaltò le alleanze e formò i veri governi di centro-sinistra tra DC (centro) e PSI (sinistra, che il PCI stava col cuore altrove e non poteva considerarsi sinistra ma quinta colonna dell'URSS in Italia).
La cronaca di oggi cancella entrambi per qualcosa che è ancora da venire. Del PSI restano piccoli gruppi residuali inconsistenti politicamente che non possono altro che porsi nelle corti altrui: Boselli a quella di Pannella, De Michelis ambiguamente a quella di Berlusconi. Altri organicamente in diaspora nei DS o in ForzaItalia. Il PCI è morto ma i suoi ex sacerdoti -non avendo compiuto una seria revisione socialdemocratica ammettendo i torti passati, ma anzi coltivandoli come radici; portano ancora nel sangue quel marchio di faziosità e cinismo politico risultando non credibili come partito democratico occidentale. Bobo è soltanto un caso pietoso dell'ultima screditata genia socialista che per una poltrona passava sul cadavere della madre (del padre nel suo caso). Pannella e Boselli paiono usciti dalla penna di un Cervantes redivivo.
La classe politica italiana divisa su tutto si è sempre trovata d'accordo su una legislatura estremamente gratificante e privilegiata verso se stessa sia nelle norme che nell'appaggio.
Pertanto sorge spontanea la domanda -affatto qualunquista- :
Monte Citorio o Grand Hotel ?
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Autobiografia di Gianni Pardo

CURRICULUM VITAE
Storia di un fallito

Benché non sia ministro, e neanche sottosegretario, e neanche capo scala, Gianni Pardo al telefono non risponde mai. Risponde per lui una macchina che dice più o meno: sì, non avete sbagliato numero, dite chi siete e se mi va vi risponderò. Non sempre gli và. Il fatto è che il prossimo in genere gli dà fastidio. Sin da quando si accorse di essere più intelligente, più artista, più nobile della media, non ha gran che voglia di avere a che fare con gli inferiori. Si riconosce un solo limite, sa di non essere bello. Ma, bellezza a parte, visto che è il più intelligente, il più coraggioso eccetera, si è sempre aspettato che gli altri, impressionati, gli offrissero tutto: cariche, denaro, onori, senza che lui dovesse abbassarsi a chiederli. A scuola si doleva di avere sempre la media del sette e non dell’otto, ma non per questo studiava. Studiare sarebbe stato come barare. Neppure all’Università cambiò sistema. Leggeva solo due volte i libri, poi rileggeva le proprie sottolineature e si offendeva se gli davano meno di ventisette. Non ebbe mai la lode, certo, e si laureò in giurisprudenza con 110/110, ma sempre senza lode. Ovviamente, al riguardo egli si limitava ad avere il sorriso di chi ha lottato e vinto con un braccio legato dietro la schiena. Oltre tutto, pensava, la scuola era un'attività da bambini. Solo la Vita era un campo degno dei suoi sforzi. Se mai si fosse sforzato per qualcosa, lui che da ragazzo aveva detto a sua madre: Entrerò nella vita dal portone principale. Ma la vita non ha un portone principale. O lui non lo trovò. Non fu neppure capace di trovare la porta di servizio, di fatto. Anche
perché sbagliò tutti i calcoli. A scuola pensava che non c'era da strapazzarsi perché era stupido cercare di ottenere otto invece di sette (chi mai, in seguito, si sarebbe ricordato del voto in storia avuto a quindici anni?) ma anche in seguito, di fronte ad una meta concreta, gli veniva regolarmente da ridere. Per esempio, la proposta di fare carriera nell'Azione Cattolica, di cui fu membro fino ai quindici anni, lo induceva a sghignazzare di gusto. E tuttavia, quanti uomini politici non sono venuti fuori da quella e da altre organizzazioni umoristiche? Ma a Gianni veniva troppo da ridere. E per questo non fece nulla, o meglio solo dell’ironia. Non ne fece soltanto sulla morte di Dio, di cui portò il lutto da quell’età in poi. Molti ancora oggi lo considerano un innocuo eccentrico che parla quattro lingue oltre l’italiano. Gli amici gli dicono pietosamente se solo tu avessi voluto, al che lui risponde elegantemente in realtà non sono capace di nulla. Ma in fondo è d'accordo con loro. Ad esempio a trent’anni è stato in grado, leggiucchiando un testo di letteratura francese per le scuole secondarie, di vincere fra i primi un concorso nazionale per divenire professore di liceo. Successo esiziale, venuto a confermare il solito discorso: se solo volessi, ma non ne vale la pena. Effettivamente, per lui non valeva la pena nemmeno di essere professore: e infatti si è messo in pensione con il minimo. Pensione che si gode da quindici anni. Per la verità, alcune cose che valevano la pena ci sarebbero state.
Avrebbe amato per esempio divenire uno scrittore famoso. Solo che per divenire uno scrittore, anche non famoso, non basta scrivere bene e avere qualcosa da dire: gli editori ti rispediscono indietro il manoscritto spesso senza neanche aprirlo. Bisogna far parte del mondo delle lettere. Bisogna cominciare col pubblicare qualcosa in un giornaletto di provincia. O magari partire dall’umile professione di giornalista. E infatti Gianni ci provò, a divenire giornalista. Per due interi pomeriggi. Poi si accorse che il novizio era trattato come una puzza e ne dedusse correttamente che quello non era il portone principale. Il risultato totale è che il nostro genio incompreso non ha combinato nulla, nella vita. Non ha né la fama, né una carica, né denaro, nulla di nulla. Tutti i suoi amici, anche quelli che lui aveva considerato mezze calzette, hanno fatto più carriera di lui. Studiando, poverini; facendo la gavetta, poverini; umiliandosi e tentando di riuscire, poverini. Per decenni li ha guardati con ironia, poi se li è ritrovati grandi avvocati, Presidenti di Tribunale, alti dirigenti. Mentre lui è rimasto soltanto uno che sta alla finestra. Come diceva a vent'anni.

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