Saturday, February 10, 2007

 

G8 di Genova. Luglio 2001- .

Cronaca dello stupro (impunito) di una città

Prima

Il governo di centro sinistra presieduto da Massimo D’Alema deve preparare il turno dell’Italia ad ospitare il vertice del G8, gli otto paesi maggiormente industrializzati. Sceglie Genova, città suggerita dal ministro genovese Burlando (ed anche in omaggio alla città che fu il collegio elettorale del padre, come Gallipoli è per lui).

Il successivo governo Amato mantiene il medesimo ministro degli interni Enzo Bianco, che predispone rigidissime misure di sicurezza per affrontare l’evento divenuto un rituale di violenza dei no global coperti da Bertinotti da Seattle a Praga). Il governo Berlusconi, nuovo presidente del Consiglio dopo le elezioni politiche vinte nella stessa primavera, col nuovo ministro degli interni Scajola, eredita l’organizzazione senza cambiare una virgola da quanto stabilito dai predecessori. Anche il capo della polizia, Di Gennaro, di nomina del centro sinistra, resta in carica. La città è divisa in tre zone: quella ‘rossa’ comprende la Stazione Marittima dove sono all’attracco le navi che ospitano le delegazioni, l’Expò ove è ubicato l’ufficio stampa e stazionano i contingenti di CC e Polizia, il Palazzo Ducale sede del vertice. L’imbocco d’ogni strada che introduce a questa zona è chiuso da grate metalliche alte 4 metri. L’ingresso è consentito ai pedoni col ‘pass’ attraverso una porticina. L’interno è presidiato in forze contro ogni evenienza. La zona gialla è la parte della città concessa ai dimostranti per le manifestazioni. Il resto del centro cittadino è libero, e resta fuori da ogni avvenimento.

Nella parte antagonista al G8, promosso dal Social Forum di Genova e dai Centri Sociali, nasce il Comitato per le manifestazioni tese ad impedirlo. Così scrive il Corriere della Sera di mercoledì 2 luglio pag.2: “(il mondo dei No Global) … si riconosce nel GENOA SOCIAL FORUM. Oltre alla Lila di Vittorio Agnoletto (Rifondazione Comunista, aggiungo) che ne è portavoce; ci sono tra gli altri la Rete di Lilliput, il Wwf, Pigrizia e la francese Attac. Fanno parte anche le Tute bianche, tra le quali c’è il leader dei centri sociali Luca Casarini. Infine ci sono i Cobas, Centri Sociali, e le frange estreme del ‘black block’, degli anarchici insurrezionalisti e degli squatter >>. Se ne deduce che questi gruppi sono patentemente organici al Genoa Social forum.

I venti giorni che precedono l’evento sono caratterizzati da trattative governo-polizia-GSF onde consentire le ‘pacifiche’ manifestazioni di protesta. I duecentomila convenuti avranno strutture per alloggiare, dormire, mangiare e bere; messe a disposizione da Comune e Provincia in scuole e campi sportivi della città. Black bloc, anarchici insurrezionalisti e squatter vengono sistemati dal GSF in tali strutture come ogni altro gruppo partecipante. La stampa ed i mass media promuovono enfatizzando al massimo le voci dei protagonisti della protesta anti G8, quasi ignorando le materie in discussione nel vertice stesso. Il Tg3 e Primo Piano stanno al Genoa Social Forum come il quotidiano Liberazione al partito della Rifondazione Comunista. Ecco alcune perle della vigilia: Fabrizio Berruti nel TG ‘Studio aperto’ delle ore 12,30 il 18 luglio mostra il kit dell’autodifesa (sic!) dei dimostranti (casco, maschera antigas, corpetto gommapiuma, scudo e randello). “ Per difenderci dalla polizia” dicono “che sono autentici criminali” dichiara un ‘pacifista’ venuto a Genova per dimostrare ‘pacificamente’.

Particolarmente attive anche le reti RAI satellitari a enfatizzare le partecipazioni dei contestatori. Agnoletto, Casarini, Don Gallo, Don Riboldi sono ospiti fissi delle trasmissioni. Bianca Berlinguer e Martone danno un taglio alle loro trasmissioni che alla vigilia degli scontri tende a delegittimare un’eventuale reazione delle forze dell’ordine. Il clima della vigilia è presentato come idilliaco mentre è tesissimo in città. Casarini dichiara: “Il nostro obiettivo è delegittimare il G8. Dimostrare che sono li senza che nessuno ce li ha messi. Impediremo il vertice.” Nelle cantine dello stadio Carlini, adibito a tendopoli dei manifestanti, un’ispezione dei carabinieri sequestra una gran quantità di armi improprie. Si fa credere nel pacifismo dei manifestanti quando i precedenti sono di segno contrario, e i loro capi dichiarano ad ogni piè sospinto di voler violare la zona rossa. Le contromisure per impedirlo sono una “lesione al diritto di manifestare” (Luca Casarini). Aggiunge Francesco Caruso dei No Global: “Comunque sia non fermeremo la disobbedienza civile. Disobbedire significa rompere i divieti. Noi andremo avanti.” Le ‘protezioni’ del corpo a chi sarà nella testa di sfondamento fanno bella mostra di se all’ingresso dello stadio Carlini. Le più compromettenti sono nascoste, come hanno accertato i CC, nei sotterranei.

Le Case del Popolo, i circoli Arci dell’Emilia Romagna e della Toscana, i dirigenti dell’associazionismo cattolico come i boys scaut egemonizzati dalla sinistra, da un mese organizzano pullman e adesioni per l’arrivo in massa dei ‘pacifisti’ a Genova indispensabile copertura ai violenti.

Per dimostrare la benevolente accoglienza dei genovesi agli anti G8 il Tg3 regionale presenta, come fosse un cittadino qualunque, Ugo Montecchi che accoglie una contestatrice polacca nella sua casa. E’ il partito che ha organizzato le ospitalità. Montecchi è stato comunista fin da studente, poi, il PCI lo ha fatto funzionario della CGIL. La comunità di Sant Egidio affianca il Genoa Social Forum’, avallata dall’arcivescovo di Genova Tettamanzi, in virtù della povertà africana addebitata agli otto paesi ricchi di cui essi sarebbero responsabili.

A preparare la festa arrivano dei pacchi bomba. Uno salta in una caserma dei CC e ferisce gravemente un carabiniere. Gino Paoli e Beppe Grillo tengono uno show sul lungomare di Pegli. Grillo nella performance rompe a martellate una serie di modellini d’auto, e l’infausta precognizione verrà attuata durante i cortei (con le bottiglie molotov oltre 600 vetture saranno incendiate). Manu Chao, che ha fatto i miliardi lavorando per una multinazionale, carica i suoi fans con un concerto No Global. Una equipe di cinematografari organici ai DS, guidata da Scola e Monicelli, viene a girare il film dell’anti G8 che affiancherà la collezione del partito dal funerale di Togliatti a quello di Berlinguer. D’Alema, che quando ha scelto Genova come sede del vertice pensava di fare da anfitrione, annuncia la discesa in piazza dei Ds a fianco del movimento accodandosi in sostanza a Casarini e Agnoletto. Invece Rutelli non ci sta: “Io ho responsabilità istituzionali. Se avessi vinto le elezioni sarei insieme agli altri 7”.

Il governo sospende l’accordo di Shengen che libera i confini degli Stati aderenti alla Comunità Europea. Avvengono fermi ad Ancona, Trieste, Chiasso e Ventimiglia. Scajola comunica che 686 elementi pericolosi sono respinti. Il GSF e la sinistra protestano ma poi accuseranno Scajola di essere stato troppo blando negli ingressi. Un sindacalista della multinazionale Danone intervistato dal Secoloxix mercoledì 18 luglio (pag.2), invita gli italiani a non comprare lo yogurt prodotto dalla azienda che lo stipendia.

Giovedì 19 luglio 2001 Genova dà il via al summit del G8, ed il Genoa Social Forum alle contestazioni.

Durante

La prima manifestazione avviene nel pomeriggio del 19 luglio con il corteo dei 50.000 Migranti e ‘Sans papier’. Un corteo pacifico, colorito, allegro, scortato dalla polizia, senza alcun partecipante bardato da guerrigliero. Senza che nessuno offenda, sputi, lanci mattoni sugli agenti. I cinematografari dopo le riprese sono in estasi: “manifestazione gioiosa” dichiara Gillo Pontecorvo, ‘estrosa’ Citto Maselli. E’ la quiete prima della tempesta: lo stupro della città avviene venerdì 20.

Casarini ha ordinato ai ‘suoi’ di smettere le tute bianche per confondersi con gli altri per non farsi riconoscere. Partono i tre cortei mentre i Black block agiscono nelle retrovie assaltando banche e negozi dove la polizia, paralizzata dalla massa dei 500.000 dimostranti, non può intervenire. Alle ore 14, davanti a piazzale Kennedy, nella Fiera del Mare sono assediati i contingenti della forza pubblica. Subito i dimostranti attaccano i reparti della polizia con manganelli, e lancio di pietre. Alle cariche indietreggiano rifugiandosi nella benevola pancia del corteo, per ripartire all’attacco appena la prima fila della polizia si ritira. Anarchici insurrezionalisti e disubbidienti civili, fanno invece la testa di ariete assaltando la rete della ‘zona rossa’ in piazza Dante. Parola d’ordine (IL SECOLOXIX venerdì 20 luglio): Sfondare.

La violenza inizia in corso Torino prima di mezzogiorno. Continua in piazza Tommaseo, corso Buenos Aires, piazza Savonarola e Corso Casaregis. Questo gruppo però non giungerà agli sbarramenti di via XX Settembre per il contenimento dei reparti della Polizia (in quella zona ha sede la Questura). Si darà la colpa ai Back Block di ogni incidente, ma testimonianze oculari e filmati dimostrano senza possibilità di dubbio che a voler sfondare sono i dimostranti preparati allo scopo, mentre il grosso guarda compiaciuto la battaglia senza alcun tentativo ‘pacifista’ di impedire gli scontri con la polizia. Individualmente qualcuno lo fa, ma sono fatti sporadici e l’autore corre il rischio d’essere malmenato. Un servizio d’ordine del Genoa Social Forum per il controllo della manifestazione non esiste.

La cronaca dettagliata dei disordini ci da una visione inoppugnabile dei fatti: Mentre le prime file premono sulle grate della ‘zona rossa’ per sfondarle, in varie zone della città ove la polizia ha cercato di intervenire contro il teppismo vandalico, è guerriglia urbana. Nuclei di manifestanti assaltano il carcere di Marassi, la caserma dei carabinieri di Corso Italia. L’ufficio postale in corso Sardegna è incendiato, come banche e negozi alla Foce. Invasa la sede del quotidiano cittadino Corriere Mercantile… Scorribande a Castelletto, zona residenziale, ove si incendiano auto posteggiate. Sono sette ore di guerriglia urbana a tutti gli effetti che coinvolge tutt’altro che un esiguo numero di ‘violenti’. Ilaria Cavo, speaker della televisione di Primo Canale, conduce dallo studio una diretta ‘no stop’ che manda in onda una inoppugnabile documentazione dei fatti.

Alle 16,30 di fronte allo stupro della città il sindaco Pericù telefona a Agnoletti chiedendogli di terminare l’assedio di Piazza Dante onde permettere alla polizia di dare la caccia ai Black Block. Ma la Polizia ed i CC appena escono dalla ‘zona rossa‘ vengono circondati e attaccati. L’ineluttabile accade vicino a piazza Alimonda. Prima un pulmino dei CC è assaltato. Il carabiniere alla guida viene tirato fuori e pestato a sangue (salvato dai colleghi e ricoverato all’ospedale corre il rischio di perdere un occhio). Il mezzo è incendiato.

Alle 18 una camionetta, ancora dei CC, resta isolata, paralazzata nella manovra. Sta per essere sopraffatta. I militi all’interno sono aggrediti a sprangate. Mario Placanica, seduto sul sedile posteriore, è ferito alla testa. Intorno piovono pietre e mattini. Un giovane con una lunga tavola sfonda i finestrini. Il CC teme per la sua vita scorgendo un manifestante col passamontagna nero calato sul volto che si avvicina al finestrino infranto. Ha le braccia alte e sta per tirargli addosso una grossa bombola di estintore. Caprinica impugna la pistola di ordinanza e gli grida di allontanarsi. Non ottenendo alcuna corresponsione alla sua intimazione spara due colpi. Una pallottola passa da parte a parte la testa dell’aggressore che muore all’istante. La camionetta nella manovra di retromarcia per svincolarsi dall’assedio passa due volte sul corpo oramai esanime.

Si saprà dopo molte ore che la vittima è Carlo Giuliani, giovane di 24 anni figlio di un sindacalista della CGIL, studente universitario, ma che vive fuori casa, in un centro sociale. Da quel momento cessano le violenze. Intorno alla salma si creano altarini, e Carlo Giuliani è assunto come eroe e martire del movimento ‘pacifista’.

Nel pomeriggio da un elicottero la polizia aveva inquadrato un camioncino del Genoa Social Forum. che riforniva di spranghe e pietre i dimostranti. Filmato dall’alto, si era visto che gli stessi dopo la distribuzione si erano riparati nelle scuole che la Provincia aveva loro concesso come sedi logistiche. La notte un reparto della polizia di Roma in tenuta antisommossa va a perquisire i locali della scuola Armando Diaz. I poliziotti sono accolti con pietre tirate dalle finestre. Barricati all’interno tentano di opporsi all’ingresso dei poliziotti, ma hanno la peggio. La perquisizione nella propaganda dei no global si trasforma in ‘un massacro’. I genovesi sono contenti della lezione, ma il giornalismo di sinistra riesce a girare la frittata e accreditare nell’opinione pubblica compiacente che i violenti sono i tutori dell’ordine che hanno infierito su dei poveri giovani che manifestavano pacificamente. Paradigmatica la lettera di Gian Paolo Ormezzano, pubblicata su Il Nuovo diretto da Lucia Annunziata, in cui domanda “perché suo figlio è stato malmenato dalla polizia”. Nell’operazione di mistificazione mediatica lo stupro di Genova è rimosso; mentre la polizia è sotto accusa. Il Questore di Genova, e due vice capi della polizia saranno sacrificati dal governo di centro destra, mentre il Capo della Polizia Di Gennaro –nominato dalla sinistra- resta al suo posto.

Il venerdì 20 luglio, giorno nefasto, Marisa Fumagalli sul Corriere della Sera nella pagina 5 dedicata ai cortei in piazza, aveva pubblicato: “Via la divisa che ha reso famosa l’ala di punta della contestazione, le tute bianche cambiano look e si confondono con gli altri ospiti dello stadio Carlini: No Global (napoletani), giovani comunisti, la rete Rage (romani). E’ il gruppo più corposo (non l’unico) degli ‘invasori’, inserito nel popolo multiforme del Genoa Social Forum (800 sigle), che oggi con la pratica dll’azione diretta, sarà nelle strade di Genova. Obiettivo comune assediare il Summit. Attacco concentrico di 50.000 manifestanti (è la previsione numerica).Ma se quelli della disobbedienza civile puntano alla prima linea, le forme di ribellione anti G8 sono varie.” Dopo una carrellata sui gruppi che attuano la protesta non violenta (eco-pacifisti, Rete Lilliput ecc, Arci, Fiom, Comunità di sant’Egidio…) Marisa Fumagalli continua: “Ma torniamo a chi vuole sfondare la linea rossa. 18, forse 20mila in tutto. Oltre ai disobbedienti del Carlini vogliono sfondare anche gli ‘inflessibili’ dei Cobas, Network antiGlobal, e parte di Rifondazione. Il leader è Piero Bernocchi: “Andremo in piazza autodifesi” dice. Il kit protettivo è fatto di caschi, maschere, reti, plexiglas. “Avremo corde e rampini per tirare giù i muri. In mezzo a noi i portuali di Genova, La Spezia e Imperia. Mettiamo in conto arresti e feriti”. Gli inflessibili hanno un servizio sanitario autonomo: 12 medici chirurghi pronti a ricucire d’urgenza teste rotte. Una ventina di dottori e paramedici seguirà il corteo con la valigetta di pronto soccorso”. Infine conclude: “Pronti via. Si va all’attacco. Tutto sotto controllo. Tranne il misterioso Black Block che potrebbe arrivare in piazza munito di armi improprie”.

Questo scritto da una giornalista sul più grande quotidiano italiano il giorno prima dello stupro. Come è possibile, a fatti avvenuti, criminalizzare la polizia ed i CC? Curzio Maltese, lo stesso Scalfari, i giornalisti de La Stampa… Mannoni con tutto lo staff del Tg3, ma anche Mentana, e il ministro degli esteri Ruggero… sentivano queste cose ma facevano finta di niente, e nessuno chiedeva ai leader anti G8 come conciliavano la non violenza con i propositi di sfondamento.

I manifestanti hanno messo in campo una perfetta strategia di guerriglia urbana contro la quale la polizia non ha ordini, né contromisure stabilite. Si prenderanno il torto dell’imperizia. Imperizia perché negli scontri di guerriglia urbana, i reparti devono assolutamente restare compatti. L’isolato è perso, la massa lo divora. Se si vuol salvare deve vendere cara la pelle come ha fatto Mario Placanica. C’è poco da dire: quel morto non pesa su di lui ma sulla coscienza degli organizzatori.

Sabato 21 luglio doveva avvenire la terza e ultima manifestazione con due cortei dal percorso concordato. Uno partendo da via Caprera, lungo tutto Corso Italia, arrivo in piazza Galileo Ferrari. L’altro da corso Sardegna, corso Torino, con sbocco nella medesima piazza. Gli avvenimenti del giorno precedente, la morte di Carlo Giuliani, fanno saltare ogni ulteriore pericoloso atto stabilito.

Dopo

La Procura di Genova apre inchieste parallele verso i dimostranti e verso i tutori dell’ordine. La Polizia di Stato fa una sua inchiesta che punta le responsabilità contro il Questore: "Disorganizzazione completa, rotta la linea di comando" riporta Gianni Cipriani nella corrispondenza da Roma: “Le relazioni consegnate dai “superispettori” del Viminale, Lorenzo Cernetig, Salvatore Montanaro e Pippo Micalizio sono molto severe… i tre investigatori del Viminale hanno puntato l’indice contro quelli che, a loro avviso, sono i responsabili di quella disorganizzazione che ha provocato il caos. Le relazioni sono state presentate questa sera dal Capo della polizia, De Gennaro, al ministro dell'Interno Scajola, durante un incontro durato più di quattro ore. Primo tra tutti, emerge dai documenti, il questore di Genova, Francesco Colucci, al quale possono essere imputati omessi controlli, omissioni di verifiche e una mancanza di direttive… la sostanza è che negli abusi e nelle violenze ci sono precise responsabilità dirigenziali. … durante la perquisizioni alla scuola Diaz sono accaduti abusi e sono state commesse violenze gratuite… (anche) nel cosiddetto lager di Bolzaneto, la caserma del reparto mobile dove venivano portati i manifestati subito dopo essere stati fermati e in attesa di essere trasferiti in carcere. E nel caos dove nessuno controllava nessuno sono avvenuti gli abusi…

Insomma il governo, addossandosi colpe difficilmente evitabili in situazioni di emergenza come quella, per primo accredita incredibilmente la campagna di criminalizzazione della polizia che faranno i Centri Sociali e il Social Forum. Eppure si conoscono bene le nostre leggi che vietano l’uso di caschi, mascheramenti, randelli, armi improprie, e abbigliamenti paramilitari durante i cortei. Che nessun giornalista organico alla demagogia tradizionale dell’estrema sinistra si sia fatto interprete del rispetto di questo elementare comportamento, è comprensibile. Che lo abbia ignorato la magistratura e le forze dell’ordine, no. A chi dichiarava ‘pacifiche’ le dimostrazioni contro il G8 era la prima cosa da esigere, invece di assumersi delle successive responsabilità. Si è detto dopo gli scontri ed il morto: “Hanno perso tutti”. Si, ma uno ha perso più di tutti, Carlo Giuliani. Ha perso la vita a 24 anni per una concezione aberrante della politica di cui nessuno, nella famiglia e a scuola soprattutto, nessuno lo aveva edotto.

Che una cosa è manifestare anche con orgoglio le proprie idee antagoniste all’ingiustizia del mondo, altra è aggredire col volto occultato dal passamontagna. Che è in se un oggetto tenebroso se indossato fuori dalle sue necessità di alta montagna. Incute terrore, indicando a chi si rivolge la precisa volontà di fargli del male senza essere riconosciuto. In questo senso il passamontagna è vile e Carlo Giuliani lo mette in tasca quando si avvia alla manifestazione.

Egli –si racconta- era tenerissimo con Morgana, figlia del suo amico Andrea. Aveva preso con se la mamma, moglie separata dopo il distacco, affezionandosi alla bambina come se il vero padre fosse egli stesso. Quando l’amico Andrea veniva a farle visita, Carlo esigeva si togliesse le scarpe alla giapponese prima di entrare in camera. Temeva per lei germi, e acari. Con tale sensibilità nel ‘privato’ il giovane Carlo nel ‘politico’ è un esagitato che solleva l’estintore per colpire un altro giovane come lui, ma che diversamente da lui è in servizio; compie il suo dovere a cui è preposto e comandato. Pier Paolo Pisolini già ai tempi di Valle Giulia in una celebre poesia aveva stigmatizzato codesta distonia tra ‘figli di papà’ protetti dalla famiglia, ed il loro odio, che si manifesta spesso in crudeltà, verso le forze di polizia. Le ragioni vanno riscontrate nella cultura politica italiana passata dalla intollerante violenza fascista, a quella comunista negli anni del dopo guerra. Un perverso modo di intendere la lotta politica che sfocia addirittura nel terrorismo delle Brigate Rosse. Si accreditano non i fratelli Rosselli come esempi da imitare, miti di riferimento, ma il ‘Che’ Guevara, guerrigliero romantico quanto si vuole che però della ribellione violenta fece il suo modo di vivere.

Lo stesso Giuliano, padre di Carlo, elevando nobilissime parole in memoria del figlio, condanna il suo atto (“Non condivido il gesto di mio figlio”) ma lo lega alla sua grande sete di giustizia quasi essa ne fosse una attenuante. Dopo, seguendo la campagna propagandistica della sinistra extraparlamentare, anche lui mitizza il figlio ‘eroe’ della lotta per la giustizia sociale. E quando Caprinica gli chiede un incontro, egli lo rifiuta.

Scrive ne L’arcitaliano (Panorama 5-9-2002) Giuliano Ferrara: “Non c’è paese al mondo in cui al termine di una campagna mediatica martellante lunga un anno, con una risposta impacciata e rinunciataria dello stato alle teorie martirologiche dei movimenti, chi si è difeso dalla violenza insurrezionale fa atto di contrizione e di espiazione sotto forma di una richiesta di dialogo (respinta) con la famiglia di una vittima dei moti di piazza. Anzi un paese c’è, è l’Italia, e questo dice tutto sul nostro stato morale e civile”.

Il mattino del sabato comprando alcuni quotidiani per sapere come i giornali raccontavano i fatti tragici del giorno precedente, dissi all’edicolante: ‘Pensiamo che figura avrebbe fatto l’Italia davanti al mondo se il Genoa Social Forum sfondava la zona rossa e i contestatori invadevano palazzo Ducale…’. Un uomo dietro di me esclamò: “Magari fosse andata così!”. In quel ‘magari’ sta tutto il discorso di Giuliano Ferrara (e l’assurda morte di Carlo Giuliani trasformata in una beatificazione).

Pier Luigi Baglioni

http://baglioni.leonardo.it/copertina

G8 di Genova, stupro d'una città


Saturday, January 21, 2006

 

massime e mollichine

LA STANZA DI GIANNI PARDO
giannipardo@libero.it

MASSIME & MOLLICHINE



Saturday, December 31, 2005

 

le mollichine di Gianni Pardo


giannipardo@libero.it

Massime:

Avere figli. Mettere al mondo dei creditori per un debito inestinguibile.

L'amore dev'essere meglio, non più dell'amicizia. E, come l'amicizia, richiede disciplina e discrezione.

Ogni fanatico è inevitabilmente un cretino; e se non è cretino, si comporta da cretino perché si rivolge a dei cretini.

Arthur Block: Mai discutere con un cretino. Gli altri potrebbero non accorgersi della differenza.

MOLLICHINE

* Berlusconi è andato dai magistrati. Questa, la notizia? No. La notizia è che poi è tornato indietro.
* Montezemolo: “Tutti, a cominciare da noi imprenditori, abbassino i toni del confronto”.
E imparassimo anche un po’ d’italiano.
* “Ali Agca non è idoneo al servizio militare”. Ma per sparare sa sparare, no?
* Ciampi chiede che la par condicio sia rispettata “al di là di quelle che sono le norme scritte”.
Forse ci basterebbe anche al di qua.
* Ben Ammar: “Ho confermato in assoluto tutto quello che ho detto al premier”. Tutto, tranne alcune cose.

* A proposito di querele. D’Alema (dal “Corriere”): “Berlusconi? È socio dei furbetti”.

* Il nome di Fini sarà nel simbolo di An alle prossime elezioni. I Fini giustificano i mezzi.

* Khamenei: “L’Iran non teme le sanzioni Onu”. E che cosa crede, con questo, di dimostrarsi coraggioso?

* Banca d’Italia: bocciata l’Opa di Unipol su Bnl. E la casalinga di Voghera disse: Ah, capisco.

* Occhetto sulla vicenda Unipol: “D’Alema e Fassino? Peggio di Craxi”.D’Alema e Fassino (immaginiamo): Occhetto? Peggio di Giuda.

* Ahmadinejad invia osservatori iraniani in occidente, per verificare il rispetto dei diritti umani. Chissà quanti di quegli osservatori sono donne!

* D’Alema querela Ferrara. Ma non s’accorge che non fa il peso?* Al Zawahiri: “Bush devi riconoscere che in Iraq sei stato sconfitto”. Però non posso dirti dove venire a costituirti perché mi nascondo.

* Violante: “I Ds non hanno scheletri nell’armadio”. Scheletri no, ma che cos’è questa puzza?

* Vero: “Si innamorano in chat e al primo incontro si scoprono marito e moglie”. Di che disgustarvi dell’adulterio.

* Unipol è stata iscritta nel registro degli indagati. Una persona giuridica imputata? Presto, devo andare a ri-iscrivermi a legge.

* Prodi: “L’Ulivo è a favore di un indulto graduato”. Graduato come un termometro che segue gli umori della sinistra.

* L’avvocato di Saddam ha chiesto che sia assolto e finiranno le violenze in Iraq. Dunque Saddam ne è responsabile?

* 50.000.000 € a Consorte per consulenze. Avrà consigliato di credere all’esistenza di Babbo Natale.

* A causa del rallentamento della rotazione della Terra, il Nuovo Anno arriverà con un secondo di ritardo. Berlusconi riferisca in Parlamento.

* Il premier utilizzerà il prossimo periodo “per comunicare agli italiani quello che abbiamo fatto”. E per chiedere l’assoluzione per insufficienza di prove.

* Montezemolo s’è fatto dire da Maroni: “Si occupi degli affari suoi”. Vi pare giusto costringerci ad applaudire Maroni?

* Il Papa: “in varie parti del mondo professare la fede cristiana richiede l’eroismo dei martiri”. Ed essere laici in Italia, gli pare uno scherzo?

* Sharon dovrà sottoporsi ad un intervento al cuore. Così, in un colpo solo, guarirà e dimostrerà d’avere un cuore.

* In Cina legge contro gli aborti selettivi (eliminazione delle femmine). Le donne costrette a combattere per la parità ancor prima di nascere.

* Amnistia. Don Mazzi ha chiesto a Prodi di “uscire dal limbo”. Ma al limbo andavano gli innocenti. Dopo l’affaire Sme Prodi ne fa parte?

* L’Interpol ha emesso un mandato d’arresto internazionale per al Zarqawi. Accidenti che prontezza di riflessi!

* Berlusconi: “Su Bankitalia avvierò consultazioni”. “La pensate come me oppure siete del mio parere?”

* Kate Burton, inglese rapita in Palestina, dove lavora per i diritti umani in quel paese. Inumano.

* Kofi Annan, interrogato su una Mercedes “superscontata”, ha perso le staffe. L’Onu è super partes, ma non sopra la propria.


Thursday, December 29, 2005

 

c'erano una volta socialisti e comunisti





Regole di matematica politica
della sinistra moralista e girotondina sulla questione morale :
* Se c'é una mela marcia negli avversari di centro destra (Previti?) tutto il centro destra è marcio.
* Se c'è una mela marcia nella sinistra (Consorte?) la questione morale riguarda solo quella perchè la sinistra è pura per definizione.
* A qualunque obiezione verso la 'sinistra' ex leninista tirar fuori Berlusconi ed usarlo come bastone per colpire l'interlocutore. E chi la fa è distrutto. Come al tempo dei famosi scadenti varietà degli anni '40, quando mancavano gli applausi, si tirava fuori la bandiera italiana, e si cantava l'inno del Piave, e tutto finiva in trionfo.
(









il declino
dal 1946 al 2006


Socialismo, socialisti evoca una storia di utopisti romantici che credevano e lottavano per un mondo migliore. I primi a diffondere quell'ideale furono i medici condotti della pianura padana che visitando sperduti casolari di contadini (di fronte a quella miseria spesso neppure si facevano pagare), i maestrini che insegnavano nelle scuole popolari delle campagne; si resero conto come fosse atroce l'ingiustizia verso chi lavorava duro e produceva la ricchezza della nazione. Nacquero le prime Mutue di reciproca assistenza e germinò il movimento socialista di Prampolini, Treves, Turati.
A Genova i portuali elessero il primo parlamentare socialista, Pietro Chiesa, e, per mandarlo alle sedute della Camera a Roma facevano la colletta sulle banchine non essendo né pagati né rimborsati gli eletti del popolo. Poi -qui da noi, ma non negli altri paesi occidentali- il nostro congenito massimalismo generò con la scissione di Livorno il maligno tumore comunista nel PCI.
Criminalizzando il riformismo di filippo Turati, bollando come tradimento il compromesso, la collaborazione governativa sostenedo Giolitti; per il Re Sciaboletta si concretizzò la svolta verso i fasci prendendo sul serio la commedia della 'marcia su Roma' del pavido Mussolini al sicuro a Milano a vedere come si mettevano le cose. Consegnandogli infine l'Italia nelle mani. Neppure il delitto di Giacomo Matteotti riuscì a mettere d'accordo comunisti e socialisti.
La cronaca di ieri ci dice (ed è raccontato nel mio libro lincabile no profit dal sito La voce socialista: http://socialisti.brinkster.net/Socialisti%20genovesi.pdf) come Togliatti e la metastasi comunista si impose al socialismo democratico di cultura occidentale, anti bolscevico e anti leninista. Dopo la Liberazione, un Pietro Nenni ottuso perseverò l'alleanza succube col PCI lasciandosi irretire nell'orbita sovietica e fagocitare ogni costruzione già del PSI: sindacato, camere del lavoro, cooperative; rese cinghie di trasmissione al partito-chiesa settario e prepotente. Dal 1948 in poi soltanto Giuseppe Saragat alimentò la fiammella del socialismo democratico, fino al ravvedimento di Nenni dopo la Rivolta di Ungheria del 1956. Allora ribaltò le alleanze e formò i veri governi di centro-sinistra tra DC (centro) e PSI (sinistra, che il PCI stava col cuore altrove e non poteva considerarsi sinistra ma quinta colonna dell'URSS in Italia).
La cronaca di oggi cancella entrambi per qualcosa che è ancora da venire. Del PSI restano piccoli gruppi residuali inconsistenti politicamente che non possono altro che porsi nelle corti altrui: Boselli a quella di Pannella, De Michelis ambiguamente a quella di Berlusconi. Altri organicamente in diaspora nei DS o in ForzaItalia. Il PCI è morto ma i suoi ex sacerdoti -non avendo compiuto una seria revisione socialdemocratica ammettendo i torti passati, ma anzi coltivandoli come radici; portano ancora nel sangue quel marchio di faziosità e cinismo politico risultando non credibili come partito democratico occidentale. Bobo è soltanto un caso pietoso dell'ultima screditata genia socialista che per una poltrona passava sul cadavere della madre (del padre nel suo caso). Pannella e Boselli paiono usciti dalla penna di un Cervantes redivivo.
La classe politica italiana divisa su tutto si è sempre trovata d'accordo su una legislatura estremamente gratificante e privilegiata verso se stessa sia nelle norme che nell'appaggio.
Pertanto sorge spontanea la domanda -affatto qualunquista- :
Monte Citorio o Grand Hotel ?
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Autobiografia di Gianni Pardo

CURRICULUM VITAE
Storia di un fallito

Benché non sia ministro, e neanche sottosegretario, e neanche capo scala, Gianni Pardo al telefono non risponde mai. Risponde per lui una macchina che dice più o meno: sì, non avete sbagliato numero, dite chi siete e se mi va vi risponderò. Non sempre gli và. Il fatto è che il prossimo in genere gli dà fastidio. Sin da quando si accorse di essere più intelligente, più artista, più nobile della media, non ha gran che voglia di avere a che fare con gli inferiori. Si riconosce un solo limite, sa di non essere bello. Ma, bellezza a parte, visto che è il più intelligente, il più coraggioso eccetera, si è sempre aspettato che gli altri, impressionati, gli offrissero tutto: cariche, denaro, onori, senza che lui dovesse abbassarsi a chiederli. A scuola si doleva di avere sempre la media del sette e non dell’otto, ma non per questo studiava. Studiare sarebbe stato come barare. Neppure all’Università cambiò sistema. Leggeva solo due volte i libri, poi rileggeva le proprie sottolineature e si offendeva se gli davano meno di ventisette. Non ebbe mai la lode, certo, e si laureò in giurisprudenza con 110/110, ma sempre senza lode. Ovviamente, al riguardo egli si limitava ad avere il sorriso di chi ha lottato e vinto con un braccio legato dietro la schiena. Oltre tutto, pensava, la scuola era un'attività da bambini. Solo la Vita era un campo degno dei suoi sforzi. Se mai si fosse sforzato per qualcosa, lui che da ragazzo aveva detto a sua madre: Entrerò nella vita dal portone principale. Ma la vita non ha un portone principale. O lui non lo trovò. Non fu neppure capace di trovare la porta di servizio, di fatto. Anche
perché sbagliò tutti i calcoli. A scuola pensava che non c'era da strapazzarsi perché era stupido cercare di ottenere otto invece di sette (chi mai, in seguito, si sarebbe ricordato del voto in storia avuto a quindici anni?) ma anche in seguito, di fronte ad una meta concreta, gli veniva regolarmente da ridere. Per esempio, la proposta di fare carriera nell'Azione Cattolica, di cui fu membro fino ai quindici anni, lo induceva a sghignazzare di gusto. E tuttavia, quanti uomini politici non sono venuti fuori da quella e da altre organizzazioni umoristiche? Ma a Gianni veniva troppo da ridere. E per questo non fece nulla, o meglio solo dell’ironia. Non ne fece soltanto sulla morte di Dio, di cui portò il lutto da quell’età in poi. Molti ancora oggi lo considerano un innocuo eccentrico che parla quattro lingue oltre l’italiano. Gli amici gli dicono pietosamente se solo tu avessi voluto, al che lui risponde elegantemente in realtà non sono capace di nulla. Ma in fondo è d'accordo con loro. Ad esempio a trent’anni è stato in grado, leggiucchiando un testo di letteratura francese per le scuole secondarie, di vincere fra i primi un concorso nazionale per divenire professore di liceo. Successo esiziale, venuto a confermare il solito discorso: se solo volessi, ma non ne vale la pena. Effettivamente, per lui non valeva la pena nemmeno di essere professore: e infatti si è messo in pensione con il minimo. Pensione che si gode da quindici anni. Per la verità, alcune cose che valevano la pena ci sarebbero state.
Avrebbe amato per esempio divenire uno scrittore famoso. Solo che per divenire uno scrittore, anche non famoso, non basta scrivere bene e avere qualcosa da dire: gli editori ti rispediscono indietro il manoscritto spesso senza neanche aprirlo. Bisogna far parte del mondo delle lettere. Bisogna cominciare col pubblicare qualcosa in un giornaletto di provincia. O magari partire dall’umile professione di giornalista. E infatti Gianni ci provò, a divenire giornalista. Per due interi pomeriggi. Poi si accorse che il novizio era trattato come una puzza e ne dedusse correttamente che quello non era il portone principale. Il risultato totale è che il nostro genio incompreso non ha combinato nulla, nella vita. Non ha né la fama, né una carica, né denaro, nulla di nulla. Tutti i suoi amici, anche quelli che lui aveva considerato mezze calzette, hanno fatto più carriera di lui. Studiando, poverini; facendo la gavetta, poverini; umiliandosi e tentando di riuscire, poverini. Per decenni li ha guardati con ironia, poi se li è ritrovati grandi avvocati, Presidenti di Tribunale, alti dirigenti. Mentre lui è rimasto soltanto uno che sta alla finestra. Come diceva a vent'anni.

 

capire più ricordare eguale sapere


Il fatto è che i miei connazionali, senza generalizzare, né capiscono né ricordano. Un popolo senza memoria e senza principi fondamentali. Divisi tra il bianco ed il nero in maniera apodittica e unilaterale, in politica sono passati dal fascio al comunismo, dalla partitocrazia a Berlusconi senza scrupoli né ambasce. Pronti domani a salire ancora sul carro del vincitore qualunque esso sia.
Questo blog cercherà di scrutare le nostre inclinazioni più disdicevoli e meno edificanti. L'ho chiamato
papesatanpapesatanaleppe
rubando il termine al grande Dante che lo scrisse e cosa volesse dire mai nessun lo seppe, tanto per farci una consona rima. Per completare la presentazione posto di seguito, alla autobriografia di Gianni Pardo che ci conforta con le sue 'mollichine', anche una mia succinta ...
(come si vede leggendo due vite parallele in due diverse città di mare Catania e Genova. Io di famiglia operaia, Gianni di censo borghese ma con un percorso simile e contrapposto, ma sempre indice di affinità elettive come direbbe Proust.

Confessione biografica di Pier Luigi Baglioni
Nato a Firenze il 1° aprile 1932, e mai pesce fu più gradito da chi lo ricevette. La costellazione zodiacale era l'ariete, segno di fuoco, cioè delle teste di cazzo. Difatti sin da piccolo dimostrai una pertinace tendenza in quel senso. Che mi spiego così: Essendo nato bellissimo, i complimenti e le coccole di tutti, sin da piccolo coltivarono in me uno smisurato senso narcisista, facendomi credere di essere ammirato e amato da tutti. Cioè ebbi distrutte le difese caratteriali rendendomi vulnerabile all'invidia unita alla perfidia (in sostanza coglione di tre cotte). Coglione si ma intelligente, autoprotettivo; da uscire sempre indenne da ogni situazione nociva o pericolosa. Mia madre capì queste debolezze imponendo a mio padre di mantenermi agli studi. Mi iscrissero di autorità all'Istituto per Periti Capotecnici Meccanici dicendomi: -Se comandi puoi cavartela, ma se lavori sotto padrone sei fritto-. Io mi sentivo portato al liceo artistico ma ubbidii e così mi sono diplomato da tecnico industriale, e ancora oggi non riesco a capire come abbia fatto non avendo mai aperto un libro di tecnologia fuori dalla classe. E poi della fisica non me ne fregava un piffero, della termodinamica non ho mai capito nulla, ed in matematica non ho mai presentato un compito la cui soluzione non fosse inventata totalmente. Amavo le arti umanistiche, creative, non le discipline scientifiche.
Alla chiamata di leva, dai visi tosti e pecorari che mi vedevo attorno, capii subito che il servizio militare non faceva per me. Per evitarlo, fingendomi gay ante litteram ho tentato sedurre il medico, che per togliersi dall’impiccio mi concesse senza tanti preamboli la RAM, ridotta attitudine militare richiamabile solo in caso di mobilitazione generale. D'altronde l'aspetto, fin quando non è scattata la competizione della vita, mi ha agevolato. Nelle assunzioni superavo senza difficoltà il colloquio informativo. Venivo sistematicamente assunto, per essere licenziato subito dopo il periodo di prova. Poi, trovato l'impiego in una grande industria a quattro passi da casa, mi sono imposto la simulazione di competente e volenteroso entrando finalmente nella pianta stabile aziendale. Però, per sottrarmi agli ineluttabili guai professionali, mi riparai nel sindacalismo. Così, da rappresentante dei lavoratori -nel mio caso i colletti bianchi- senza fare un cazzo, sono arrivato indenne alla pensione. Siccome ero un sindacalista cane sciolto, fuori dalle discipline consociative (eufemismo per dire che direzione e sindacato erano in cocca); la ditta, per farmi licenziare, mi concesse il prepensionamento con dieci anni di contributi figurativi, oltre al raddoppio della liquidazione (soldi per una casetta in riviera). Quando mi licenziai avevo appena compiuto cinquanta anni. Essendomi preservato da pensieri e fatica, sembravo ancora un giovanotto. Libero, con la zuppa assicurata, credevo di coronare il sogno della mia vita: fare lo scrittore. Arrivato sulla scena il computer surrogavo gli antipatici quaderni e carta, penne e matite. Mettevo tutto in memoria, e stampavo quello che volevo spedire in visione alle case editrici... Una figata, il computer, che oramai uso da venti anni anche se senza costrutto non essendo riuscito a trovare un editore manco morto. In verità degli editori li trovavo. Dico mezze calzette, tipografi camuffati, che volevano un pacco di soldi invece di darli a me, come sarebbe stato giusto. Mondatori, Sperling&Kupfer, Baldini e Castoldi, Einaudi e Feltrinelli -le mie case editrici ambite- manco mi hanno mai cagato. Peggio per loro mi dicevo, e siccome scrivere mi diverte, ho continuato per me. E per il web, dove, se non chiedi di essere pagato, ti pubblicano tutto. Avvicinandomi all'età del trapasso, ora che i manifesti mortuari mostrano quasi il 90 per cento di anni sotto i miei, raccolgo le mie opere nei floppy, nei CD ed infine -sviluppo della tecnica- li salvo nei DVD. Li porterò con me sotto la lapide: -... Qui sotto, assassinato dall'indifferenza degli ignavi, giace un grande ignoto scrittore -.

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